Democrazia

Per una “Camaldoli europea” di Umberto Baldocchi

Una “Camaldoli europea”! È ciò che, con indubbio coraggio, il presidente della CEI, il Cardinale Matteo Maria Zuppi ha auspicato nella prolusione del 21 luglio, nella sala Conferenze del Monastero camaldolese,  alla presenza del Capo dello Stato Sergio Mattarella, nella “tre giorni” di riflessione sul “Codice di Camaldoli”  a 80 anni dalla sua prima  formulazione.

     Più precisamente il presidente della CEI  ha affermato: “Oggi la democrazia appare infragilita e in ritirata nel mondo[…]Bisogna mettere a fuoco attorno a questa emergenza così decisiva, esperienze, tradizioni, visioni, idee, risorse reali, anche se disperse. In questa prospettiva, sarebbe importante una Camaldoli europea, con partecipanti da tutta Europa, per parlare di democrazia e Europa. I padri fondatori hanno avuto coraggio, rompendo con le consolidate logiche nazionalistiche e creando una realtà mai vista né in Europa, né altrove” (CEI- Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali- Prolusione del Card.  Matteo Zuppi, p. 3 del dattiloscritto).

    Una Camaldoli europea, dunque! Entusiasmo ingenuo,  affermazione retorica, o eccessiva, nostalgia di un passato irripetibile? Niente di tutto questo, a mio avviso. Al contrario credo si tratti invece di profondo realismo, imbevuto di equilibrata saggezza, e caratterizzato da un fortissimo senso di responsabilità etica. È come se il presidente della CEI avesse voluto esprimere con forza il dovere evangelico che impone a chi ha percepito il senso profondo di un dramma umano l’obbligo inderogabile di portarlo alla luce, dato che non si  “accende una lucerna per metterla sotto il moggio; la si pone invece sul candelabro, affinché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa” (Matteo 5, 15). In altri termini è come se il Cardinale avesse voluto esprimere il dovere profondo del coraggio, necessario a ricostruire la speranza, che ci impone di non nascondere la luce del vero e del buono che riusciamo a scoprire.

     Ma cosa può significare Camaldoli ottanta anni dopo il 1943, visto che nessuno può pensare seriamente che il passato debba o possa ripetersi? Su questo punto gli interventi che si sono succeduti nel Convegno sono stati chiarissimi e hanno reso ancor più forte il senso del coraggioso appello ai cristiani e all’ Europa del presidente della CEI. Hanno infatti spiegato in che senso, ancor di più se “demitizzato” e ricondotto alle sue dimensioni reali, quell’evento è stato davvero una “vicenda ricolma di futuro”, come scritto nel titolo del Convegno. 

    Il fatto è che il “Codice di Camaldoli” del 1943 (in realtà redatto nel 1945 in versione finale) non è né un programma da adottare, né un elenco di principi da attuare, né un vero e proprio  Codice, con elenco di principi normativi, come il “Codice di Malines” del 1927. Non è neppure soltanto il luogo di origine dei principi della nostra Costituzione. In realtà esso è un documento aperto di profonda cultura umanistica e politica, distante anni-luce dalla politica “epidermica ed ignorante” cui ci siamo ormai assuefatti, ma soprattutto un documento che si presenta oggi con una straordinaria novità di metodo. Una novità così radicale da prevalere su molti altri aspetti, anche sul valore umanistico che pure opportunamente si è sottolineato in proposito (La perenne vitalità dell’ umanesimo di Camaldoli, Domenico Galbiati, Politica Insieme 24 luglio 2023)

  Ciò che possiamo definire “metodo Camaldoli”, è stato, implicitamente o esplicitamente, messo a fuoco in diversi interventi del Convegno, ma soprattutto dall’ intervento di Marta Cartabia, che ha dedicato una sintetica e profonda riflessione al rapporto tra Codice di Camaldoli  e Costituzione italiana.  

      La “lezione di metodo” di Camaldoli 1943 sta essenzialmente nel fatto che la prospettiva della ricostruzione di un mondo più umano e più giusto dopo la catastrofe bellica si fondava su una  conoscenza diretta delle concrete situazioni storiche in cui i principi della dottrina sociale e morale cristiana dovevano incarnarsi , partiva cioè dalla attenzione alla vita concreta delle persone, da quella che oggi chiameremmo “politica della cura” volta a delineare una “società della cura”.

   Si partiva, naturalmente, dall’ attenzione alla dignità umana e al   valore della  persona, nella linea del personalismo cattolico.  Questa era però una prospettiva che non mirava soltanto ad ampliare il consenso, a facilitare incontri e convergenze con altre forze, a stabilire una terza via tra collettivismo livellatore e individualismo liberista, ma soprattutto era una prospettiva che mirava ad innovare il rapporto tra persona, società e Stato. Un rapporto che doveva essere semplicemente rovesciato secondo l’idea enunciata all’ Assemblea Costituente da Giorgio La Pira per cui “lo Stato totalitario fu essenzialmente una crisi totale del valore della persona”.

    Rovesciare quel rapporto voleva dire partire dalla concretezza. E la concretezza era data essenzialmente dalla società e dalle persone.  

    “Realismo, socialità, concretezza, effettività delle garanzie furono un terreno fertile non solo per l’incontro fecondo tra le culture distanti, ma anche per la originalità degli approdi a cui giunse il testo costituzionale italiano”  (Marta Cartabia,  Da Codice di Camaldoli alla Costituzione, dattiloscritto p. 13). E, mi sembra che la relatrice abbia precisato, parlando a braccio, in aggiunta alla relazione scritta, anche di un “documento intriso di realismo e di storicità”. Un punto non secondario, ma essenziale questo, perché non sempre si parte dalla concretezza per costruire i documenti giuridici. Molte volte si parte invece dall’astrazione.

     Oggi viviamo decisamente in una “società dell’astrazione”, non in una “società della cura”. Vale a dire viviamo entro modelli di governo politico in cui i dati oggettivi ed i parametri di riferimento essenziali (PIL, spread, valore monetario, occupazione in quanto tale, precaria o meno non conta ecc.) sono entità “distinte” e “separate” rispetto alle persone fisiche, che sono considerate nei fatti individui singoli e isolati, semplici consumatori, forza-lavoro o addirittura semplice merce. Numeri, spesso, più che persone concrete. Non vi è una negazione antropologica totale della persona, c’è però la sua riduzione a individuo.

   Abbiamo di questa disumana astrazione esempi indiscutibili nel ruolo svolto oggi dall’economia, dalle “leggi dei numeri” nella governance europea ed anche in altro. Si tratta delle norme adottate dall’Unione Europea da quando ha optato per un costituzionalismo normativo di tipo liberale, rinnegando la funzione di integrazione del costituzionalismo democratico e sociale svolta nella prima fase della costruzione europea. È dal liberal turn degli anni ’80 che il costituzionalismo liberale privilegia la triade, proprietà, libertà imprenditoriale e stabilità monetaria .

Il Codice di Camaldoli – e poi la Costituzione – va in direzione esattamente contraria.

   Se prendiamo il capitolo dedicato a Produzione e scambio (punto 71) “…è lì che si trovano enunciati molti principi volti a concretizzare la giustizia sociale come principio direttivo della vita economica, che secondo gli autori del Codice legittimano l’intervento positivo dell’autorità pubblica  nell’attività economica, sia per promuovere, limitare e coordinare le iniziative dei privati in vista del bene comune, sia per svolgere direttamente attività economiche” (M. Cartabia, cit. p. 14).

     La giustizia  sociale che indirizza dunque la vita economica! E non viceversa. Ecco l’elemento della concretezza nella organizzazione dell’economia, che non può essere affidata agli “astratti” meccanismi di mercato, e neppure al mercato regolato della cosiddetta “economia sociale di mercato”. Non a caso oggi, con la pandemia e con la guerra, l’Europa si vede costretta a moltiplicare le deroghe ai divieti degli “aiuti di Stato”, come semplicisticamente sono stati definiti tutti o quasi gli interventi statali entro il settore economico. La “mano invisibile” del mercato non ci ha risparmiato infatti  né pandemia né guerra ai confini.     

   Non dimentichiamo che, tra gli estensori del Codice, non erano i giuristi ad essere la maggioranza, ma economisti e studiosi sociali  e che il coordinatore infaticabile, fu Sergio Paronetto, uomo proveniente dall’ IRI, e quindi dal mondo di una economia non astratta, ma operativa ed innestata sul sociale, una sorta di “Jean Monnet italiano”, come nel suo intervento lo ha definito il prof. Francesco Bonini. Una persona il cui orizzonte intellettuale aperto e vivace “ne faceva un interlocutore quasi naturale di personaggi assai diversi ma di eccezionale spessore, che sarebbero stati decisivi per l’ Italia dopo la dittatura. C’era tra questi Raffaele Mattioli, allora direttore dell’ ufficio studi della Banca commerciale. C’era anche Meuccio Ruini legato a Nitti e Beneduce” (M. Cartabia, cit., p. 18).

      E questo metodo della “concretezza” fatto proprio dal Codice si riflette infine nella struttura della Costituzione, tanto da aver conferito ad essa “un tratto unico e assolutamente originale” ( M. Cartabia, cit., p. 18). La Costituzione italiana è organizzata infatti non secondo “valori”  (libertà eguaglianza ecc.) ma secondo titoli dedicati alle relazioni, ai rapporti: rapporti civili, rapporti etico sociali, rapporti economici, rapporti politici. Ancora una volta sono la relazionalità intrinseca della persona – che non è mai singulus ma sempre socius – e la concretezza della sua socialità a caratterizzare il testo costituzionale, un testo molto lontano dall’atomismo individualistico  ed astratto di stampo liberale.

 E cosa ancor più interessante, mi permetto di aggiungere, questo metodo è il medesimo con cui è stata forgiata all’inizio l’ Europa come Comunità. La Comunità nata coi Trattati di Roma del 1957 aveva prodotto un diritto comunitario che integrava e non contraddiceva il costituzionalismo democratico e sociale, favorendo ad esempio  l’eguaglianza sociale dei lavoratori transfrontalieri in fatto di previdenza sociale (Regolamento CEE n. 1612/68), imponendo obblighi di natura formale e non sostanziale, definendosi in riferimento all’insieme delle costituzioni nazionali (Marco Dani, Costituzionalismo europeo, ESI, Napoli, 2022, pp. 50,51).

         Questa pervasiva “relazionalita’’ che segna il testo del Codice finisce per combinarsi con un’altra idea-chiave che è quella di “ordine”, essenziale per caratterizzare la nuova idea di Stato. Il prof. Francesco Bonini ha trattato ampiamente il tema a partire dalle sue basi filosofiche, ricondotte ad un  funzionale “tomismo metodologico”.

     E qui c’è l’altra novità metodologica di grande rilievo, accanto alla concretezza della socialità: la ridefinizione dello Stato non più come Stato-persona ma come Stato-ordinamento. Una novità che ha una ricaduta importantissima.

    Uno Stato-ordinamento, infatti, diversamente da uno Stato-persona non può essere un soggetto assoluto e chiuso in se stesso. È un soggetto aperto verso il basso, verso le formazioni sociali, ma anche aperto verso l’alto, verso una “comunità internazionale” di cui è parte inseparabile. E “comunità” è un termine-chiave usato ampiamente dal Codice nel capitolo sulla “vita internazionale”.

     Gli estensori del Codice considerano il sistema degli Stati come una “comunità”, cioè come un insieme che non è legato soltanto da interessi e da convenienze, ma anche e soprattutto da condivisione e solidarietà di “doveri” ( cum-munus, communitas).  E qui le intuizioni del Codice sono di un’attualità dirompente, non  solo nel metodo, ma anche nei contenuti, a partire dal riconoscimento della esistenza di una “comune vita dei popoli”, che non è una sorta di “globalizzazione”. I popoli non vivono e non possono vivere nell’isolamento reciproco. Oggi vediamo perfettamente che essi non riescono a vivere entro una “globalizzazione” che moltiplica i muri e le linee di divisione.

     Come non vedere qui l’origine delle “comunità europee”, creazione “senza precedenti” come ha riconosciuto il Cardinale  Zuppi. Comunità che sono nate per rispondere a quel bisogno di “vita comune  dei popoli” sopra ricordato e che l’attuale Unione Europea non può contraddire senza negare la propria ragion d’essere. Come non vedere qui l’origine di un “ordinamento” che supera i confini nazionali e che si fonda su una logica opposta a quella della forza e della guerra di tutti contro tutti e diversa anche da quella di chi considera la pace come un risultato dell’equilibrio militare? Si tratta di una logica che tende a rendere la guerra un elemento  eccezionale, incompatibile  con un  ordinamento che si fonda sul  diritto internazionale e non sulla forza. Come non leggere in alcuni passaggi la logica che darà origine alla CECA e che può dare suggerimenti per la situazione creatasi oggi con la guerra di Ucraina? 

    Alcuni passi del Codice, tratti dagli ultimi dei suoi 99 punti,  sono di per sé eloquenti e non hanno bisogno di commento. Ecco due esempi.

La pace come frutto di un “non fittizio ordine giuridico” delineata nelle sue necessarie premesse al punto 96 e concretamente costruita sull’armonizzazione degli interessi.

“96. La comunità internazionale delle forze sociali.

La creazione di una vita comune internazionale operata attraverso la cura e la gestione di interessi comuni ai vari popoli è la premessa ed il presupposto indispensabile per la formazione di una società politica internazionale avente per finalità la armonia e la solidale e ordinata convivenza di queste libere forze e la loro azione comune e quindi la creazione di un vero e non fittizio o formale ordine giuridico che subordini o conformi la politica degli stati alla superiore esigenza della comune vita dei popoli”.

   Oppure l’organizzazione sovranazionale dell’economia in funzione della pace, secondo uno dei principi fondanti della “legge morale” alla base della vita internazionale (punto 97, sottopunto 6).

   “ 6) Occorre superare ogni ristretto calcolo egoistico, eliminando quei germi di conflitto che derivano da divergenze troppo stridenti nel campo economico, per giungere ad un assetto dell’economia internazionale che dia a tutti gli stati i mezzi per assicurare ai propri cittadini di ogni ceto un conveniente tenore di vita. Deve essere condannata perciò ogni tendenza ad accaparrare le fonti economiche e le materie di uso comune in maniera che le nazioni meno fornite dalla natura ne restino escluse”.

Per questi motivi “tornare a Camaldoli” vuol dire, fuor di metafora, tornare alle radici dell’Europa. E sappiamo che “ridurre ai principi” è il modo migliore di evitare la corruzione dei corpi misti, come le repubbliche e le unioni, come insegnava Machiavelli.

È questa la concretezza di un metodo che nessun sofisma logico o nessun argomento di Realpolitik sono in grado di contraddire.  “Camaldoli 1943” può esser davvero un evento “ricolmo di futuro”, se riconosciamo la costruzione della casa comune come un dovere di ciascuno e di tutti. Dei cristiani come degli altri.

Versione lievemente modificata della pubblicazione originaria su politicainsieme.com