Notiziario ISFE n.8/2026

2 luglio 2026

I referendum portano male ai governi e quello per restare o meno in Europa colpì duramente i conservatori. Sono passati dieci anni e si è capito che quella non fu una buona scelta. In primo luogo per i britannici e per la loro economia, ma anche per l’Unione europea che si trova a perdere peso in particolare negli equilibri internazionali e per la sicurezza.

La Brexit non ha portato bene. Si pensi che in dieci anni Downing Street, storico simbolo di stabilità, ha visto cadere ben sei primi ministri. Ora al posto del laburista Keir Starmer sta arrivando Andy Burnham, giovane laburista più marcatamente di sinistra. Tuttavia le opposizioni anche più estreme stanno volando nei sondaggi e chiedono le elezioni anticipate.

Dall’uscita dall’Unione europea del 23 giugno 2016 non si è avuta solo una forte instabilità politica, ma anche un calo del prodotto interno lordo stimato oltre il 6%.

L’unico dato interessante, addirittura positivo, sta nel fatto che l’esempio della Brexit con tutti i suoi effetti negativi ha convinto anche gli euroscettici ad essere più prudenti. Persino i partiti più sovranisti pur criticando la politica dominante della Ue non minacciano più di uscire dall’Unione.

Non si può ignorare che la Ue rappresenta il 40% circa dell’import-export britannico. Il che, però, vuol dire che anche l’Unione europea ha bisogno dell’Inghilterra, specialmente quando l’America di Trump “strapazza”, un giorno sì e uno no, i suoi principali alleati. Il sindaco di Londra Sadiq Khan avanza l’idea anche al Labour di fare di tutto per rientrare il prima possibile in Ue. Il problema è che i laburisti non veleggiano sui consensi degli elettori e si tratterà di vedere se le forze conservatrici in Inghilterra e in Europa hanno veramente capito la lezione. Specialmente alla luce di una situazione internazionale carica di conflitti alle porte dell’Europa.

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Il premier irlandese Micheál Martin sarà il nuovo Presidente del Consiglio della Ue a partire dal 1° di luglio.

Esponente del centrodestra Martin è leader dello storico partito Fianna Fáil. L’Irlanda, come è noto, non fa parte della Nato, ma non c’è dubbio che il Consiglio dovrà affrontare i temi della guerra e quindi anche le questioni legate alle decisioni e ai costi della Nato. I principali temi che il Consiglio dovrà affrontare sono assai importanti e richiedono un voto all’unanimità a partire dal dossier già molto elaborato e difficile del bilancio Ue 2028-2034. Poi ci sarà il dossier sull’allargamento della Ue ai paesi che hanno fatto domanda e di cui ci siamo occupati nel nostro ultimo “Notiziario”.

Per ora il Presidente si è limitato a dichiarare che i tre principali temi da affrontare sono: competitività, valori e sicurezza. Mica cose da poco. «Durante il nostro mandato – ha dichiarato – lavoreremo per realizzare la tabella di marcia: ‘Un’ Europa, un mercato unico’». Poi ha parlato della necessità di ridurre i prezzi dell’energia e decarbonizzare l’economia europea. Infine promuovere l’intelligenza artificiale e la trasformazione digitale a beneficio di tutti. Quest’ultimo tema è caro all’Irlanda dove, specialmente per ragioni fiscali, hanno la loro sede 16 delle 20 principali aziende tech del mondo.

Ridurre la dipendenza tecnologica dell’Europa dagli Stati Uniti e da Pechino non sarà impresa facile. Tuttavia il Presidente è ottimista e ha scelto come motto della sua Presidenza: “L’Unione fa la forza”. Come non capire che proprio questo è il problema dell’Unione europea. Buoni propositi che si dovranno confrontare con il mare periglioso del mondo attuale.

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Questa frase, quasi un ossimoro, è stata pronunciata da un noto geografo francese Daniel Faucher.

Purtroppo fotografa la realtà di cui ha parlato Mario Draghi recentemente, quando ha affermato che l’Unione europea corre il rischio di diventare «subordinata, divisa e deindustrializzata» se non abbraccia un profondo processo di integrazione politica, istituzionale e bancaria. In sostanza l’Unione dovrebbe diventare una federazione. «Il potere – ha detto Draghi – richiede che l’Europa passi dalla Confederazione alla Federazione» con una governance in grado di decidere e agire con unità su temi fondamentali come difesa, politica estera, credito, industria e competitività.

L’attuale modello dell’Unione di tipo confederale non riesce più a rispondere alle sfide geopolitiche ed economiche poste da un contesto internazionale sempre più competitivo e instabile.

La Commissione presieduta da Ursula von der Leyen si è resa conto di questo stallo, ma con lentezza e poca efficacia. Da ultimo si sta muovendo anche per l’unione bancaria o almeno ridurre e omologare le regole bancarie. Il problema è quello di creare una sovranità bancaria europea.

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I principali circuiti di pagamento mondiali sono statunitensi e regolati dall’Office of Foreign Assets Control, l’Agenzia del Dipartimento del Tesoro americano. Quando si parla di Visa, MasterCard e American Express si parla di questo. Per questo sarebbe necessario, per ragioni non solo economiche, che la Ue pensasse a realizzare una sua autonomia e sovranità nei circuiti di pagamento. La Banca Centrale Europea dovrebbe proporre dei sistemi di pagamento europei per limitare questa dipendenza che, alcuni, fingono di ignorare o addirittura ignorano del tutto.

Sarà bene, invece, che in Italia come in Europa si sappia tutto questo e anche gli inevitabili legami che comporta nelle relazioni Ue con gli USA.

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Con un po’ di ritardo tutti, ormai, hanno capito che gli equilibri geopolitici mondiali hanno conseguenze serie nell’economia europea. Anzi secondo stime realistiche la concorrenza cinese mette a rischio il 50% dell’industria europea. A questo punto sarebbe utile se la Ue, come sembra cominciare a fare, ripensasse a piani realistici per difendere le imprese. Purtroppo le divisioni inceppano qualsiasi meccanismo decisionale. Ci sono quelli che vorrebbero spingere in avanti e addirittura accelerare i piani di decarbonizzazione e quelli che pensano di rivederli con spirito realistico.

Si tratta di un dilemma che va risolto superando la paralisi. Non solo cercando compromessi di alto livello, ma anche tenendo conto degli orientamenti politici degli elettori europei che non sembrano favorire fughe in avanti.