7 maggio 2026
Bilancio Ue. Europa divisa
Il 16 luglio 2025 fu presentata dalla Commissione europea la proposta per il bilancio 2028-2034. L’ammontare delle risorse relative al periodo sarebbe di 2 miliardi di euro, pari all’1,26% del reddito nazionale lordo della Ue.
Rispetto al vecchio bilancio settennale che scadrà nel 2027 è previsto un taglio ai fondi di coesione e all’agricoltura. Da qui sono partite le proteste degli agricoltori, ma le questioni di fondo riguardano ormai problematiche molto serie nate dalla situazione internazionale: guerre daziarie e guerre reali.
Per questo ci si poteva aspettare un avvio del dibattito che tenesse conto del contesto e in particolare di come difendersi dalla crisi che incombe sull’economia globale e quindi sull’Europa. Ed infine come affrontare i temi cruciali della sicurezza o meglio delle tre sicurezze: quella della difesa, quella dell’energia e quella alimentare. Invece si è partiti subito con le antiche divisioni fra paesi frugali con in testa la Germania e paesi che vorrebbero affrontare la crisi con provvedimenti economici urgenti. Senza aspettare, come invece ha fatto capire la Presidente della Commissione, che la crisi sia manifesta.
Chi arriva tardi, dice un vecchio proverbio, male alloggia. Le crisi annunciate andrebbero affrontate prima che diventino conclamate.
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Le nuove priorità e le divisioni
Le nuove priorità alle quali destinare risorse sono state indicate in “competitività, intelligenza artificiale, tecnologia quantistica, difesa, sicurezza, energia”. Un ordine di priorità a dire il vero un tantino privo di una scala realistica. In più c’è da ripagare il debito, assai rilevante del NextGenerationEu. Un debito di ben 150 miliardi di euro. Nessuno ha ricordato gli effetti non certo positivi sulla crisi dell’economia e dell’industria dell’automobile tedesca ed europea. Crisi che i piani green hanno provocato, mentre hanno avvantaggiato la Cina. Un qualche accordo si è intravisto sulle misure per affrontare la crisi energetica contenute nel piano Accelerate Eu. Un piano, uno dei tanti e dei troppi, considerato insufficiente a garantire la sicurezza energetica, minacciata dalla guerra in corso fra Iran e Usa più Israele. Una questione seria e grave.
Italia e Spagna, guarda un po’, pur governate da maggioranze diverse hanno chiesto maggiore flessibilità sulle regole fiscali del Patto di Stabilità. Sembrerebbero richieste realistiche alle quali, però, la Presidente della Commissione von der Leyen ha risposto che il Patto di Stabilità si può cambiare solo in presenza di una grave recessione economica che, secondo la Presidente, non si è ancora manifestata. Poi la stessa ha ricordato che ci sono fondi, come quello di coesione e di modernizzazione pari a più di 95 miliardi di euro che non sono stati ancora utilizzati. Peccato non si sia domandata perché o non abbia il sospetto che le pratiche burocratiche previste sfiorano esse stesse l’impossibile.
Su una cosa solo, invece, il vertice informale di Cipro ha dimostrato l’esistenza di un accordo: il dialogo per cercare di risolvere la guerra in Iran. Questo, però, è avvenuto durante il pranzo con i leader di Egitto, Siria, Libano, Giordania, più il Segretario Generale del Consiglio di Cooperazione del Golfo.
Chi vivrà vedrà.
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L’Europa missionaria
Dopo quasi 15 anni di incontri e negoziati tra Parlamento europeo e Consiglio si è arrivati all’approvazione del nuovo Sistema di preferenze generalizzate (SPG). Sistema che entrerà in vigore nel gennaio 2027. La Ue, come sappiamo, preferisce l’andamento lento.
Si tratta di un Sistema che garantirà a 65 paesi in via di sviluppo dazi ridotti o nulli nelle importazioni per favorire lo sviluppo (naturalmente) sostenibile e ridurre la povertà.
Il testo del provvedimento è stato approvato a larga maggioranza: 459 voti a favore, 127 contrari e 70 astensioni. Il mondo degli agricoltori europei e anche il governo italiano hanno sollevato critiche.
I paesi che beneficeranno delle condizioni di favore dovranno sottoscrivere gli Accordi di Parigi sul clima, la Convenzione sui diritti delle persone disabili e la Convenzione sui diritti dell’infanzia.
Si è aggiunto a tutto ciò anche il contrasto all’immigrazione illegale. Su questo punto, però, non si è arrivati ad un accordo. Eppure il Commissario agli Affari interni Magnus Brunner ha dichiarato che solo un immigrato su cinque illegalmente entrati nella Ue si riesce a rimpatriare. Da più parti si chiedono norme più severe.
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Il Pilastro europeo dei diritti sociali
Adottato nel 2017, il Pilastro europeo dei diritti sociali, e cioè lo European Way of Life, riguarda i livelli di occupazione, la protezione e la giustizia sociale, le pari opportunità, l’inclusione e altri indicatori che caratterizzano il valore sociale dell’Unione europea. Certo si tratta di un’area del mondo a più alto grado di civiltà e protezione sociale. Tuttavia questi diritti hanno un costo elevato che per molti membri dell’Unione europea non è facile poter sostenere. Anche perché il welfare è di competenza prevalentemente nazionale.
Purtroppo l’Italia è stata inclusa fra i paesi sotto osservazione. In primo luogo per l’economia sommersa, che riguarderebbe 3 milioni di lavoratori. Un altro dato negativo riguarda la percentuale troppo alta di abbandono scolastico dopo la scuola media. Un fenomeno che riguarda il 10% dei giovani e specialmente la Sicilia e la Sardegna.
Inoltre l’Italia presenta un tasso di occupazione fra i più bassi d’Europa specialmente femminile: 57,8% contro la media europea del 70%. Ancora l’Italia presenta un alto tasso di emigrazione di laureati: 100mila nel 2024. Infine la produttività in Italia è fra le più basse d’Europa.
Per questo occorrerebbero investimenti rilevanti per elevare la qualità del sistema sociale. Bisognerebbe fare una seria revisione della spesa pubblica. Infine evitare sperperi e bonus come quelli dei superbonus che hanno penalizzato l’Italia anche perché hanno contribuito a mantenere oltre il 3% il deficit pubblico.
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L’Istituto Universitario Europeo celebra il suo 50° anniversario
Per questo evento l’Istituto Universitario Europeo, presieduto dalla professoressa Patrizia Nanz, ha organizzato un convegno di alto valore istituzionale e culturale. Molto importante l’intervento del professor Sabino Cassese, docente della Scuola Normale Superiore di Pisa e giudice emerito della Corte Costituzionale. L’intervento di Cassese si è incentrato sul confronto fra Europa e America. Un tema di cui, come è noto, si occupa l’ISFE, che, non a caso, lo affronterà in un convegno a Firenze pensato per il mese di giugno in vista del 250° anniversario della Dichiarazione di indipendenza delle 13 colonie americane e dedicato alla figura di Filippo Mazzei “il toscano – virginiano”, amico di Thomas Jefferson.
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Eugenio Colorni “patriota italiano ed europeo”
Eugenio Colorni, insieme con Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, fu l’autore del Manifesto di Ventotene, l’isola dove finirono confinati i tre intellettuali antifascisti.
Colorni era di famiglia ebraica milanese e a Milano era nato nel 1909. Era un “talento precoce”, come ha scritto Liliana Segre nella prefazione al volume di Massimiliano Coccia intitolato Eugenio Colorni. Per un’Europa libera e unita (Giuntina).
In effetti fu filosofo ed anche lettore di italianistica nella Germania dei primi anni Trenta. Con l’avvento di Hitler al potere dovette abbandonare la Germania per rientrare in Italia, dove aderì al movimento di “Giustizia e libertà” fondato da un altro ebreo e antifascista Carlo Rosselli, esule in Francia. Dopo le leggi razziali di Mussolini, fu accusato di “complotto ebraico” e nel 1939 fu spedito al confino di Ventotene. Da Ventotene, dove incontrò Spinelli ed Ernesto Rossi e con loro scrisse il Manifesto, fu spostato a Melfi e proprio da lì riuscì a fuggire e poi ad unirsi alla Resistenza. Diventò uno dei capi del partito socialista clandestino e il fondatore della Brigata Matteotti. A Roma fu assassinato dalla famigerata Banda Koch il 26 maggio 1944.
L’ideale europeista e federalista di Colorni, come quello dei fratelli Rosselli, merita di essere ricordato dall’ISFE.














