Notizario ISFE n.3/2026

27 febbraio 2026

Nonostante che gli europeisti-idealisti si ostinino a criticare le indicazioni che i saggi come Draghi e Letta sembrano suggerire all’Europa per aggirarli, i veti sono troppi ed è giusto trovare soluzioni per disincentivarli o per aggirarli senza violare i Trattati. Trattati che, come sappiamo, si possono modificare solo con l’unanimità. I veti, purtroppo, sono in aumento e ciò anche in relazione all’allargamento del numero dei paesi aderenti alla Ue.

 Nei Trattati dell’Unione l’unanimità resta giuridicamente obbligatoria. Purtroppo su questioni e ambiti strategici: dalla politica estera e di sicurezza alla fiscalità; dall’allargamento dei paesi aderenti alle decisioni sul bilancio.

A partire dall’epoca della Commissione presieduta da Barroso in poi i veti sono cresciuti a dismisura. Con Barroso furono 7, con la Commissione di Juncker ci furono 12 veti. Con la prima Commissione della von der Leyen ce ne furono 21; con la seconda presidenza della von der Leyen in soli quattro mesi ci sono stati già 6 veti.

Per aggirare i veti ci sono vari sistemi, ma inevitabilmente si allungano le procedure decisionali anche su questioni cruciali come quelle che riguardano la sicurezza o le questioni del bilancio Ue. Nell’attuale situazione geopolitica la rapidità decisionale è fondamentale. In questo senso diventa inevitabile un’Unione europea a geometria variabile.

Tuttavia bisognerebbe trovare soluzioni giuridicamente efficaci per disincentivare i veti, penalizzando questi Stati membri che vi ricorrono, usando il veto come arma di scambio. Coloro che criticano questi sistemi decisionali e che temono si smarrisca il fine del federalismo dovrebbero indicare delle alternative diverse per uscire dall’immobilismo. Alternative reali, non prediche inutili.

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Alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, Christine Lagarde, Presidente della BCE, ha annunciato che tutte le Banche Centrali di tutto il mondo potranno attingere al prestito in euro sino a 50 miliardi. Si tratta di una mossa geopolitica che risponde alla guerra dei dazi di Trump, ma è anche un’imitazione della politica della Cina che impone contratti in yuan, la moneta che aumentò il peso globale del gigante asiatico. Le sfide del mondo globalizzato vanno affrontate anche con queste scelte che non sono solo monetarie.

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L’ “Industrial Accelerator Act” è un accordo fra i paesi aderenti alla Ue per inserire il principio della preferenza europea nei settori strategici come la difesa, lo spazio, l’intelligenza artificiale e le tecnologie pulite. Per la Germania, come ha spiegato il Cancelliere Friedrich Merz, le regole europee sulle preferenze si dovranno applicare “solo per i settori strategici e solo come ultima risorsa”.

Come ha spiegato il vicepresidente esecutivo della Commissione europea per l’industria, che si occupa dell’ “Industrial Accelerator Act, la “preferenza europea” è anche una risposta alle sfide geopolitiche di un mondo che sta cambiando velocemente, specialmente nei rapporti fra il governo americano e l’Europa e la risposta alle politiche del Presidente Trump.

La Commissione Ue in vista della revisione delle norme sugli appalti per la difesa, attesa entro l’estate di quest’anno, dovrà tener presente la questione delle “preferenze europee”.

Oggi quasi 2/3 delle armi importate dall’Unione europea provengono dagli USA. Nel programma SAFE (150 miliardi di euro) per la difesa e nel prestito di 90 miliardi di euro per il prestito all’Ucraina, la Ue ha deciso di favorire le aziende europee.

Questo tipo di scelte ovviamente non piace a Trump, ma forse proprio questo è il terreno concreto per arrivare a degli accordi utili per tutte e due le parti. Molto più utili queste scelte che i proclami ideologici. I 19 paesi europei che hanno firmato accordi con Washington, temendo reazioni, hanno scelto la strada realistica del confronto anche perché gli scambi commerciali sono molto rilevanti e lo scontro non è la migliore opzione. Per gli USA l’Europa è un grande mercato e lo stesso vale per la Ue, che proprio con l’America del Nord ha sempre avuto un rapporto economico essenziale. Per non parlare del resto.

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In occasione della recente Conferenza di Monaco, l’atteso intervento di Marco Rubio, Segretario di Stato americano, è apparso assai conciliante con la Ue, confermando l’amicizia plurisecolare fra gli USA e l’Europa, arrivando ad auspicare un impegno comune per contrastare le minacce all’Occidente. L’Occidente, però, è questione complessa ed è curioso vedere come anche chi ha sempre rinnegato, almeno in Italia, i valori dell’Occidente, oggi se ne faccia paladino per accusare gli USA di violarne i valori.

Non c’è dubbio che lo stile e la politica del Presidente Trump non fortifichino il rapporto fra USA e Ue, ma negli Stati Uniti, come si vede, non mancano i contrappesi alle scelte più discutibili della presidenza americana. Non credo, come qualche commentatore ritiene in Italia, che Trump metta fine alla “democrazia liberale”. Rubio ha detto che USA e Ue dovrebbero lavorare insieme per “far tornare grande l’Occidente”. Per questo il Presidente Trump non sempre ha lavorato per raggiungere questo obiettivo, ma è pur vero che lavorare insieme è un buon invito, anche se un vasto programma. Rubio è stato applaudito, ma indubbiamente le sfide che USA e Ue hanno davanti, dalla sicurezza allo sviluppo tecnologico, dalla “guerra dei dazi” alla situazione geopolitica fanno capire che è necessario trovare un’intesa.

Qualcuno, in Europa, confonde la civiltà liberale con scelte contingenti, come ad esempio quelle sull’immigrazione clandestina. Scelte che sono dovute a situazioni nuove e a nuove situazioni geopolitiche. Per inciso si deve sapere che gli USA da sempre hanno adottato politiche di forte controllo dei flussi migratori. Non così l’Europa, che oggi, però, è costretta a farlo non per spregio dei diritti umani, ma perché un’immigrazione incontrollata crea gravi problemi di ordine pubblico. Una parte notevole dell’opinione pubblica chiede all’Unione europea più sicurezza e maggior controllo dell’immigrazione irregolare. Con questo non vuol per niente rinunciare alla “democrazia liberale”, che, a sua volta, non può non tener conto degli orientamenti dell’opinione pubblica e del voto degli europei.