17 marzo 2026
La Ue e Trump: è bene non rompere
Per il Partito popolare europeo e gli altri tre raggruppamenti di destra e conservatori del Parlamento europeo, cioè la maggioranza, è bene mantenere rapporti con Trump perché la Ue non dispone della forza economica e politica per agire autonomamente. Ciò vale per garantire il sostegno all’Ucraina. Contrari a questa posizione sono socialdemocratici, verdi e altre formazioni di sinistra.
L’America, anche secondo i paesi dell’Europa orientale, deve restare a garanzia della sicurezza di quei paesi che sentono più da vicino la minaccia della Russia. Trump può essere penalizzato dal voto degli americani, non così Putin. La democrazia, dopo tutto, conta e si conta. Da qui la timidezza con cui si è risposto alle posizioni, spesso rozze e minacciose, di Trump. In tutto questo più che timidezza c’è una valutazione realistica e cioè la consapevolezza che la Ue non può fare a meno dell’America.
Molti anche in Europa si appellano al diritto internazionale e alcuni dichiarano di non voler mettere a disposizione degli americani le basi militari per le esigenze americane nella guerra in Iran. Nel Parlamento europeo questa posizione è sostenuta dai socialdemocratici, dai liberali e dai verdi. Posizioni che risultano ambigue rispetto alle tante violazioni dei diritti umani sparse in ogni parte del mondo.
Il problema di fondo resta quello della capacità autonoma della sicurezza europea, ma anche qui per alcune formazioni politiche di sinistra la Ue non dovrebbe spendere un euro per la sicurezza militare. Recentemente ci sono state proposte come quella di Macron per una “dissuasion nucléaire avancée” da estendere ad altri paesi Ue. Hanno mostrato interesse diversi paesi: Polonia, Svezia, Danimarca, Grecia, Belgio, Paesi Bassi e Germania. Per ora si tratta di ipotesi.
Tuttavia la realtà, che spesso sembra essere trascurata, sta nel fatto che la Ue non può fare a meno della NATO per garantire la sicurezza dell’Europa. La prospettiva di costruire tutti insieme i 27 membri della Ue “il pilastro europeo della NATO” non solo è realistica, ma è assolutamente necessaria. Lo si potrà capire dalle decisioni del Consiglio europeo che si riunirà in questi giorni. Niente più dell’attuale situazione internazionale dovrebbe spingere in questa direzione.
In effetti la Ue avrebbe bisogno urgente di agire in modo unitario, non solo per garantire la propria sicurezza, ma anche, come saggiamente ha suggerito Sergio Fabbrini nel “Sole 24 Ore” (15 marzo 2026) per proporre una riforma dell’ordine internazionale. Oggi non solo inadeguato, ma usato per declamazioni retoriche.
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Guerra in Ucraina e sanzioni
La Ue, dopo varie opposizioni, ha raggiunto l’accordo sulla proroga di sei mesi delle sanzioni individuali ad enti e società responsabili a vario titolo di aver sostenuto l’aggressione all’Ucraina. Finora non si era potuto raggiungere l’accordo per l’opposizione dell’Ungheria e della Slovacchia. I due paesi hanno subito ripercussioni gravi per l’interruzione delle forniture di petrolio russo dopo che l’oleodotto Druzhba è stato danneggiato dai russi e non riparato dagli ucraini. Gli effetti collaterali della guerra sono, spesso, la causa di disagi che non possono essere ignorati.
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La Polonia in crisi istituzionale per la difesa
Il Presidente della Polonia Karol Nawrocki ha deciso di mettere il veto alla legge che avrebbe consentito al governo del primo ministro Donald Tusk di poter usufruire di 43,7 miliardi di euro di prestiti europei del programma Safe per la difesa. Una crisi istituzionale grave in un “paese cerniera” come la Polonia.
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Ci vuole il marchio Ue per le imprese europee
La Commissione europea il 18 marzo pubblicherà il regime societario Eu. Il progetto prevede una società europea a responsabilità limitata con regole più omogenee per rafforzare la competitività. Per la maggioranza delle imprese dei paesi Ue che operano con 27 diversi regimi societari l’assenza di un marchio Eu penalizza il loro sviluppo. Vedremo se almeno questo accadrà.
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Le aziende chiedono una revisione dei costi dell’Ets
Si tratta dei costi dello European Emission Allowances, cioè i costi delle emissioni di CO2. Il prezzo che devono pagare le industrie cosiddette energivore per le emissioni di CO2 in pochi anni è più che decuplicato, passando da 5,4 euro a tonnellata di CO2 del 2016 ai 74 euro del 2025.
Il sistema ETS è molto complicato e quando è stato adottato nel 2013 ha prodotto effetti distorsivi. Lo European Union Emissions Trading System (Eu ETS) è il sistema per lo scambio di quote di emissione di gas serra finalizzato alla riduzione delle emissioni nei settori maggiormente energivori (elettricità, cemento, acciaio, alluminio, laterizi e ceramiche, vetro, chimica, aviazione). L’assegnazione delle quote agli impianti avviene a titolo oneroso attraverso piattaforme d’asta gestite da mercati autorizzati con sede a Lipsia.
Un meccanismo che in tempi di crisi energetica e di costi crescenti da più parti si chiede di rivedere. A partire dalla Germania di Friedrich Merz.
Sembrerebbe realistico provvedere, ma, a volte, il realismo sembra un peccato mortale e non la base dell’esistenza stessa della politica o di quella che Machiavelli cinque secoli fa definiva “l’arte della politica”.














