L’Europa e la globalizzazione conflittuale
13 gennaio 2026
Putin sfida l’Europa con i supermissili Oreshnik
Il nostro “Notiziario” apre il 2026 con notizie gravi che ricordano altri momenti: quella della “Guerra fredda”.
Vi ricordate i missili sovietici SS-4, SS-20 e SS-25 a testata nucleare schierati dall’Unione Sovietica lungo i confini con l’Europa occidentale? Ci volle il coraggio di alcuni politici europei occidentali, anche socialdemocratici o come Bettino Craxi per autorizzare lo schieramento dei missili americani nei loro paesi per contrastare quelli russi.
I supermissili Oreshnik che Putin ha schierato in Bielorussia, uno Stato vassallo della Russia, sono missili balistici ipersonici in grado di lanciare più testate atomiche contemporaneamente a oltre 5.000 chilometri di distanza. Un missile veloce che si muove a oltre 10.000 chilometri orari e che quindi è molto difficile da intercettare. Si parla sempre più spesso di guerra ibrida, ma questi missili ricordano la Guerra fredda.
Questo per dire che le politiche di potenza costituiscono un fattore permanente nella storia del mondo. Oggi si parla di una globalizzazione multilaterale e conflittuale. Le grandi potenze si fronteggiano e le organizzazioni internazionali dall’ONU ai vari Tribunali internazionali sono inefficaci e, a volte, delegittimati per la presenza di paesi che hanno poco a che fare con le regole democratiche, ma molto con gli interessi geopolitici che alimentano i conflitti.
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Guerre lontane e vicine: lo Yemen
Si parla di circa 55 conflitti armati di vario genere aperti in diverse aree del mondo. Conflitti che, tuttavia, non commuovono i pacifisti nostrani che, spesso, riflettono i deficit non solo in geografia della scuola italiana. Ne segnaliamo uno che riguarda un’area strategica per l’Europa: lo Yemen. Uno Stato in guerra perenne fra fazioni diverse, ricco di risorse petrolifere, ma strategico per i traffici verso il Mediterraneo.
L’Arabia Saudita ha condotto raid sul porto di Mukalla, prendendo di mira diversi cargo che trasportavano armi spedite dagli Emirati a favore di ribelli STC (Southern Transitional Council), che puntano al controllo completo del Sud dello Yemen.
I sauditi hanno definito questi gruppi armati e appoggiati dagli Emirati una minaccia alla loro sicurezza nazionale. In effetti, gli Emirati cercano di ampliare la loro influenza nel Mar Rosso, dove già dispongono di basi tra Yemen e Somalia.
Meditate e studiate per capire il mondo prima di scendere nelle piazze specialmente quando “piove, governo ladro”.
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L’Iran in rivolta: fame e libertà
Dopo i bombardamenti americani contro le basi sotterranee per la produzione di armi nucleari, l’Iran, principale sostenitore di Hamas, si trova sempre più investito da proteste di massa. Oltre alla protesta per le libertà più elementari, ora la ribellione si estende per via della fame. La fame, quella cosa che gli europei non conoscono che nel ricordo. L’inflazione è arrivata ai massimi storici, cioè al 42,2%. Da qui il crollo del valore della moneta e l’impennata dei costi: alimentari, medicinali, benzina ecc. La cattiva gestione dell’economia, tipica delle dittature, le sanzioni e il sabotaggio delle vendite del petrolio iraniano da parte degli USA più la guerra hanno aggravato la situazione. Le piazze sono in rivolta così come le università, dove i giovani gridano: “Azadi, azadi”, cioè libertà.
Ali Khamenei se la dovrà vedere non solo con le ragazze “senza velo”, ma con i giovani, i commercianti e le masse di poveri delle città. Come in passato, solo nelle campagne resta una base di consenso. Le guardie di Ali Khamenei arrestano e bastonano. Le autorità chiudono scuole e uffici in ben 24 province. Come è noto, i popoli che protestano senza violenza non trovano da noi solidarietà.
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Il blitz del 3 gennaio delle forze speciali americane in Venezuela
Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio Nicolás Maduro e la moglie Cilia sono stati catturati da un commando speciale della Delta Force USA in una base-fortezza della capitale venezuelana Caracas.
Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti collaboreranno con le autorità locali per ristabilire la democrazia. Nonostante che il Venezuela possegga le riserve petrolifere più ricche del mondo, oggi il popolo venezuelano, a causa di Chávez prima e di Maduro poi, è ridotto alla fame di pane e di libertà. Quasi nove milioni di venezuelani sono emigrati e molti sono in carcere. La leader dell’opposizione María Corina Machado, Nobel per la pace, si trova in esilio e plaude all’iniziativa americana così come gli esuli.
Il Presidente Maduro, mai riconosciuto come legittimo dagli Stati Uniti, ma neanche dall’Europa, verrà processato dalla Corte Federale nel distretto sud di New York. Fra i quattro capi di imputazione figura il narcotraffico e l’esportazione di cocaina e di armi illegalmente negli USA. In effetti era ormai da mesi che le forze americane attaccavano e affondavano navi di narcotrafficanti. Un esule venezuelano, Nizar El Fakih, avvocato, ha dichiarato che a Maduro saranno “garantiti diritti negati alle sue vittime”. Delcy Rodriguez, ex vice di Maduro, ha prestato giuramento come Presidente ad interim del Venezuela nelle mani del fratello Jorge, Presidente dell’Assemblea Nazionale. Quella di Rodriguez è una famiglia legata al regime. La Rodriguez ha invitato l’amministrazione americana e cioè Trump a “lavorare insieme” per stabilire “relazioni di pace e dialogo, non di guerra”.
In realtà il Venezuela è controllato ancora dalle forze armate e dalle unità paramilitari come i famigerati colectivos che pattugliano i quartieri e guidano la repressione. Questi gruppi di “miliziani”, ossia guerriglieri sedicenti rivoluzionari, controllano anche il confine con la Colombia, dove passano i venezuelani in fuga dalla dittatura, ma anche il contrabbando di merci e di droga. Verso di loro sono dirette le attenzioni e le minacce di Trump e di Marco Rubio, Segretario di Stato e consigliere per la sicurezza. Si pensi che i venezuelani passano il confine con la Colombia per fare benzina che in Venezuela, paese ricco di petrolio, donato anche a Cuba e venduto alla Cina, è diventata un bene raro. La situazione è ancora in evoluzione, ma è una dimostrazione di un conflitto con potenze esterne all’areale americano come la Cina, Cuba o l’Iran che avevano rapporti preferenziali con Maduro.
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L’Europa in un contesto globale minaccioso e in continua trasformazione
In un mondo frammentato e conflittuale l’Europa si trova costantemente esposta a crisi che non può controllare. In primo luogo perché non ha un apparato di sicurezza in grado di garantire i suoi interessi e gli Stati membri. In secondo luogo perché dipende dagli USA non solo per la sua sicurezza, ma persino per le sue risorse energetiche. Nel 2022 Putin cercò di ricattare la Ue con l’arma del metano per interrompere gli aiuti europei all’Ucraina. Oggi gli USA sono i maggiori fornitori di gas naturale liquefatto all’Unione europea per un ammontare di quasi 8 miliardi di metri cubi al mese.
Certamente questo ha un peso sulla posizione assunta dalla Ue nei confronti della vicenda del Venezuela. Persino sulle pretese di Trump sulla Groenlandia, dipendente dalla Danimarca, la Ue non riesce a prendere una posizione di difesa della sua indipendenza, non solo dalle mire di Trump, ma anche da quelle della Russia e della Cina.
Questa è la vera e grave partita che si è aperta da tempo nel mondo e davanti alla quale la Ue si trova in serie difficoltà e in mancanza di leader politici in grado di affrontate queste sfide pericolose. Tuttavia sembra che sulla questione Groenlandia la Ue sia arrivata a trovare un accordo per arginare le pretese di Trump.
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Il “gruppo Vulcano”, terrorismo anticapitalista, colpisce Berlino
La “Vulkangruppe”, un’organizzazione anarchica, anticapitalista e ambientalista, ha incendiato i cavi dell’alta tensione della centrale di Lichterfelde di una Berlino coperta di neve. Trentamila persone sono rimaste al freddo e senza luce. Questo gruppo terroristico agisce da anni e sembra inafferrabile, ma anche dotato di appoggi e grandi mezzi finanziari. Si pensi che nel marzo del 2024 riuscirono a bloccare la produzione della Tesla con un attacco alla Gigafactory di Grünheide. L’attacco, sempre facendo saltare l’alta tensione, provocò danni per centinaia e centinaia di milioni, mandando in bestia Elon Musk, che è considerato il nemico dell’umanità. Per un momento si era pensato che l’attentato fosse dovuto ai servizi di Putin. Poi è stato rivendicato dal “gruppo Vulcano”.
L’Unione europea dovrebbe pensare anche a questo perché la sicurezza riguarda la vita dei propri cittadini.
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I volenterosi tengono uniti Europa e USA nella difesa di Kiev
Finalmente i “volenterosi”, capeggiati da Macron e Starmer, hanno ottenuto un risultato importante: tenere uniti UE e USA per la difesa dell’Ucraina.
Gli obiettivi principali della grande coalizione, che riunisce 35 paesi, compresi Stati membri della Ue, della NATO, del Commonwealth più Giappone, Australia e Nuova Zelanda, riguardano le garanzie di sicurezza dell’Ucraina una volta raggiunta la tregua. Alla riunione dei “volenterosi”, cui ha partecipato anche Giorgia Meloni, è seguito un vertice con gli USA per definire il quadro della presenza americana.
“Una giornata storica per l’Ucraina e per l’Europa” ha dichiarato Macron. Si potrebbe aggiungere, anche se non va di moda, per quello che veniva chiamato l’Occidente, cioè quella parte di mondo che rappresenta ancora i valori di fondo delle democrazie liberali. Per gli europei, come per gli americani, solo la cooperazione può rafforzare la loro collocazione in un contesto internazionale così minaccioso e conflittuale.
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Fondi anticipati per la PAC e intesa col Mercosur
La Presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha voluto anticipare l’arrivo dei fondi per la Politica agricola europea per un ammontare di 45 miliardi di euro a partire dal 2028. Con ciò ha favorito il via libera per l’accordo con il Mercosur cioè con Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay.
La Politica agricola europea risulta essenziale per molti paesi europei, a partire dall’Italia e dal suo settore agroalimentare. Con questa scelta si dovrebbe aumentare di circa 10 miliardi di euro, che si aggiungerebbero ai 31 miliardi già previsti tra il 2028 e il 2034.
Tutto questo dovrà, però, essere ratificato dai 27 ministri dell’Agricoltura e poi dal Parlamento europeo. Si tratta di una buona notizia per un settore, quello agroalimentare, sempre considerato strategico per la Ue.














