Notiziario Eu-ISFE n.11/2025

11 settembre 2025

Sembra sempre di scoprire l’acqua calda, ma la sicurezza dell’Europa è stata presente fin dal primo costituirsi della Comunità europea, quella del Carbone e dell’Acciaio, ma anche dell’Energia nucleare a fini civili. Si pensi, infine, al progetto di una difesa comune, la CED, appunto Comunità Europea di Difesa (1951-1954). Di una difesa comune aveva parlato anche il Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi. Alla fine del 1945 l’Europa era passata dalla fine della guerra che l’aveva dissanguata e distrutta alla “guerra fredda”. Nel 1946 Churchill, che aveva parlato della “cortina di ferro” che era scesa sull’Europa (1946 a  Fulton, Stati Uniti), incitò gli Stati europei a muoversi verso l’unità.

Nel 1949 per garantire la sicurezza 10 Stati europei, più Canada e Stati Uniti si ritrovarono coperti dall’Alleanza Atlantica. Era nata la NATO.

Nel 1950 il ministro degli Esteri francese Robert Schuman propose alla Germania di creare un’unione per la produzione dell’acciaio e del carbone. Ne venne fuori la CECA, il cui Trattato fu firmato a Parigi da Francia, Germania federale, Italia e Benelux. Schuman aveva come collaboratore Jean Monnet, un grande tecnocrate impegnato da sempre a cercare di unire l’Europa. Poi nella stessa linea il Cancelliere tedesco Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi, Paul Henri Spaak.

Se l’Europa occidentale si muoveva per creare una sua unione, il tema della sicurezza non sembrava risolto con la NATO, ma semmai andava risolto dentro la NATO. Proprio l’esperienza delle due guerre, con epicentro in Europa, indusse quegli statisti a muoversi verso la creazione di una Comunità europea di difesa che doveva proteggere l’Europa libera insieme con la NATO.

Il relativo Trattato, questo il punto spesso ignorato, fu firmato nel 1952, ma poi fu insabbiato dal Parlamento francese nel 1954. Manco a dirlo nazionalisti (De Gaulle) e comunisti si trovarono convergenti contro la CED, che rappresentava il passo decisivo per un’Europa libera e federale. 

Luigi Einaudi, che affiancò le scelte di De Gasperi, sia come ministro che come Presidente della Repubblica, si rese perfettamente conto che quello era il passaggio più arduo per arrivare ad un’Europa federale. 

La “guerra fredda” che divise l’Europa non facilitò, certo, la soluzione federale, ma il cammino della Comunità europea riprese con i Trattati istitutivi della Comunità Economica Europea e dell’Energia atomica (EURATOM) firmati a Roma nel 1957.

Che fosse un processo virtuoso si capì con l’adesione del Regno Unito, dell’Irlanda e della Danimarca (1973), della Grecia (1981), della Spagna e del Portogallo (1986). Paesi che avevano conosciuto fasi dittatoriali (si pensi alla Grecia o alla Spagna) consolidavano la loro democrazia con l’ancoraggio all’Europa.

Nel 1979 si arrivò all’elezione a suffragio universale del Parlamento europeo. Nel 1985 con l’Atto Unico firmato in Lussemburgo prese forma il mercato unico.

Intanto la sfida Est-Ovest si risolveva con il crollo del Muro di Berlino (1989) e dell’impero sovietico.

Nel 1992 con il Trattato di Maastricht nacque l’Unione europea. Sembrava aperta la via alle magnifiche sorti e progressive dell’integrazione dei mercati. In Europa si pensò a creare un vincolo monetario con l’Euro e poi la Banca Centrale Europea, mentre i paesi aderenti all’Unione salivano a 15 (Benelux, Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Irlanda, Danimarca, Grecia, Spagna, Portogallo, Svezia, Finlandia, Austria) e dall’Est molti paesi usciti dal comunismo sovietico bussavano per entrare.

Era giunta l’ora di darsi una nuova cornice istituzionale e si creò una commissione ad hoc presieduta da Giscard d’Estaing. Intanto il contesto internazionale smentiva la teoria della fine della storia.

Le magnifiche sorti e progressive erano ancora una volta un’illusione e l’integrazione dei mercati mondiali non era affatto il viatico miracoloso. La Cina entrava nel Wto, ma il mondo era scosso dalla violenza del terrorismo islamista e dall’attentato alle Torri gemelle. Nemmeno la rivoluzione sconvolgente della comunicazione digitale e quella dei trasporti riducevano la conflittualità e lo scontro di civiltà, negato dai progressisti occidentali, si manifestava in mille forme.

L’integrazione dei mercati non esorcizzava i conflitti e la guerra in forme nuove e non meno pervasive mostrava tutta la sua persistenza dal Medio-Oriente all’Africa sino agli sciagurati interventi americani in Iraq e in Libia.

Da qui il problema della sicurezza, che l’imprevidenza occidentale aveva cercato di occultare, ritornava in primo piano. Più volte l’Unione europea, priva di una sua forza di difesa o di rapido intervento, tentò di rimediare ma inutilmente; tutti i progetti si arenarono nei passaggi delle istituzioni europee: il trilogo, formato dalla Commissione, dal Consiglio e dal Parlamento europeo. Tutto ciò mentre si continuava a pensare che bastassero le norme dei Trattati, come quello di Lisbona (2007-2008), per governare un colosso come la Ue, dove entrarono progressivamente Malta, Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Slovenia. Poi nel 2007 Romania e Bulgaria e nel 2013 la Croazia. Molti di questi paesi avevano vissuto l’esperienza comunista e il dominio dell’Unione sovietica. E proprio dalla Russia ormai rinasceva con Putin la spinta a ricostruire la dimensione imperiale. La guerra con Putin minacciava ormai i confini dell’Unione.

Si trattava, infatti, di un gigante di circa 450 milioni di abitanti, una superficie di 4 milioni di km2, un prodotto interno lordo di circa 17.000 miliardi di dollari. Senza, però, un’identità politica, un assetto istituzionale di governabilità e una difesa in grado di fronteggiare le minacce esterne di una globalizzazione conflittuale sempre più accelerata. Si trattava di un’Europa ormai affidata ad apparati burocratici che supplivano alla farraginosità dei processi decisionali. Classi politiche incapaci di capire ciò che stava accadendo. Le decisioni all’unanimità erano un rito impossibile e troppo lento, mentre le democrazie nazionali agivano ancora sulla base del principio di maggioranza. Il sovranismo nazionale era più forte dell’unanimismo del trilogo europeo.

Putin così poteva pensare di agire senza troppi rischi per sfruttare la paralisi dell’Unione europea e la sua assenza di forza dissuasiva. Putin stroncò nel sangue la rivolta degli islamisti in Cecenia (2000-2009); sostenne la scissione della Transnistria dalla Moldavia; poi nel 2008 quella dell’Abkhazia e dell’Ossezia dalla Georgia colpevole di scegliere la democrazia e l’Europa. L’invasione della Georgia sembrò l’inizio di una nuova guerra fredda, ma in realtà l’Europa e lo stesso Obama si accontentarono di timide sanzioni.

Non si può nemmeno ignorare che col Memorandum di Budapest del 1994 l’Ucraina rinunciava al controllo del proprio arsenale nucleare, ma aveva ricevuto in cambio la garanzia della frontiera con la Russia. Nel 2014 questo accordo fu calpestato da Putin con l’invasione della Crimea con i famosi mercenari e poi con l’appoggio ai secessionisti del Donbass. Putin aveva capito che la Ue e l’Occidente erano incapaci di reagire. Da qui il 24 febbraio 2022 il tentativo di invasione dell’intera Ucraina, con le file di carri armati verso Kiev. Fu bloccato grazie alla collaborazione che gli inglesi diedero a Kiev sul piano delle informazioni e con il coraggio del Presidente Zelensky e degli ucraini.

Al di là dei giri di valzer di Trump, l’America è stanca di proteggere l’Europa perché deve fronteggiare la minaccia cinese nel Pacifico. Per cui serve una integrazione strategica con la NATO, con l’Unione europea capace di garantire la sua sicurezza, compresa quella del Mediterraneo e dei flussi migratori, e in grado di dissuadere le pulsioni imperiali di Putin.

Per far questo l’Unione europea deve fare i conti con la realtà. Deve ridimensionare una serie di ideologie come quella verde che ha indebolito l’economia europea, ma anche i sovranismi paralizzanti e gli unanimismi che hanno impedito di realizzare scelte coraggiose in tempi sempre più burrascosi.

La scelta di pensare alla propria difesa richiede di rafforzare la deterrenza, ma con un sistema di comando europeo. Un sistema che per funzionare su temi cruciali come appunto la sicurezza richiede la riforma dei trattati e del principio dell’unanimità. Del resto senza una propria forza di deterrenza anche sul piano diplomatico la voce dell’Unione si perde nella retorica dei buoni principi.

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Sicuramente la crisi francese con le dimissioni del governo di François Bayrou potrebbe aggravare la situazione della Ue. Non a caso la stampa tedesca segue con grande preoccupazione le vicende francesi. L’asse franco-tedesco potrebbe venire meno e una Francia in preda alle proteste sociali e senza un governo solido potrebbe indebolire il già fragile consenso del Cancelliere tedesco Friedrich Merz.

Dal 2000 la Francia produce meno e il debito pubblico è salito a 3.350 miliardi arrivando al 114%. Mentre nel 2000 era al 60%, cioè agli attuali livelli del debito tedesco. Il rischio è che le estreme di destra e di sinistra facciano precipitare la Francia nella protesta di piazza, che tanto è amata dai francesi.

La vera questione è che la Francia, nonostante il presidenzialismo, sta soffrendo dei mali di cui soffrono sempre di più le democrazie occidentali, e cioè la radicalizzazione del sistema politico e la fragilità dei governi. 

Nello stesso tempo le scelte dei piani europei hanno avuto ripercussioni negative nei maggiori paesi europei. Si pensi alla crisi dell’industria automobilistica e al tema della sicurezza energetica. Il contesto della guerra in Ucraina e poi quello in Medio Oriente con la guerra di Gaza aggravano la questione sia economica che politica dell’intera Ue. Mentre il mondo vede un rigurgito in salsa cinese della guerra fredda, l’Europa in crisi e i difficili rapporti  con il governo del Presidente USA dovrebbero spingere gli europei ad unirsi e non a dividersi. Purtroppo, come spesso accade nella storia, le divisioni politiche dimostrano che manca una classe dirigente in grado di affrontare una crisi epocale.

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Dal 2022, con la guerra in Ucraina e le sanzioni, la Ue non compra più petrolio russo con l’eccezione della Slovacchia e dell’Ungheria, che sono rimaste legate agli oleodotti russi senza possibili alternative.

L’accusa di Trump secondo cui i paesi della Ue continuano a finanziare Mosca comprando gas, petrolio e carburanti russi è esagerata. In realtà l’Unione europea assorbe appena il 6% del petrolio russo. 

La Cina si è fatta avanti per comprare il petrolio russo, ma a prezzi stracciati. Tanto è vero che la Cina non assorbe nemmeno la metà dei 200 miliardi di metri cubi annui che la società russa Gazprom vendeva alla Ue.

Di fatto le entrate energetiche di Mosca sono ridotte ad un terzo rispetto soltanto ad un anno fa. La guerra costa e se si calcolasse la perdita di vite umane e le distruzioni bisognerebbe dire che è per tutti, anche per Putin, una follia.

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La Commissione europea ha reso nota la ripartizione dei 150 miliardi per rafforzare la difesa in tutta la Ue.

Il programma prevede l’acquisto congiunto di prodotti per la difesa che non sono solo armi. Gli Stati membri che hanno richiesto questi fondi sono 19. L’ammontare maggiore è andato alla Polonia, guarda caso attaccata da droni, forse, russi. La Polonia ha ottenuto 43,7 miliardi. All’Italia sono stati assegnati quasi 15 miliardi. 

Per avere un’idea dei costi che comporta la guerra, si deve pensare che gli aiuti europei dati all’Ucraina dall’inizio della guerra ad oggi sfiorano i 170 miliardi e cioè più di quanto ha stanziato la Ue per affrontare il problema degli armamenti nei 19 paesi europei che ne hanno fatto richiesta.

Alcuni, non solo a sinistra, vorrebbero aiutare l’Ucraina, ma non vogliono sentire parlare di spese per la sicurezza. Si tratta di un ossimoro.

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Su questo tema ritorneremo di sicuro. Intanto è già partito il tiro al bersaglio contro la Presidente della Commissione. Socialisti, verdi e liberali, invece di sostenere la Presidente della Commissione, hanno già cominciato ad attaccare per l’accordo commerciale con gli USA. A Strasburgo sono partite critiche anche per l’accordo commerciale con i paesi dell’America latina (Mercosur) e per la revisione del Green Deal. 

Tutto ciò mentre Putin continua a spingere la guerra senza riguardo per nessuno, anzi trovando una sponda nella Cina che espone con fare minaccioso il suo “arsenale di pace” nella parata del 3 settembre. Si fa per dire.

Ursula von der Leyen, secondo alcuni, sarebbe diventata il simbolo della sottomissione europea, ignorando le cause di fondo delle difficoltà e della crisi della Ue specialmente sul piano della situazione internazionale e della crisi economica che attanaglia la Germania o la Francia, come se il carico burocratico e il Green Deal non avessero nulla a che vedere con tutto ciò.

La Presidente von der Leyen si è dovuta destreggiare per mantenere il consenso dei socialisti, liberali e verdi. Questo si può capire, ma è proprio questo il compromesso parlamentare della Ue.

«L’Europa – ha detto la Presidente – difenderà ogni centimetro del suo territorio», ma proprio qui si contano gli errori e i ritardi della Ue. Tanto che si è proposto un “Semestre europeo della difesa” e un “Semestre europeo del Patto di Stabilità” anche per superare i ritardi nell’attuazione delle proposte contenute nel rapporto di Draghi.

Ursula von der Leyen ha poi affrontato la crisi di Gaza, minacciando il governo di Netanyahu e i suoi ministri più oltranzisti nello spingere la guerra più avanti. Inoltre ha proposto la sospensione dell’accordo su questioni legate agli scambi commerciali.

La questione di fondo è che la critica, persino all’interno della maggioranza, non sembra aver capito che le insufficienze della Ue in fatto di sicurezza sono legate alla sua realtà istituzionale e politica. Persino in una situazione internazionale così minacciosa la Ue si divide, invece di trovare quell’unità in difesa di se stessa e dei suoi valori a cui la Presidente von der Leyen si è costantemente richiamata. Nessuno, però, ha avuto il coraggio di dire che occorre riformare il sistema istituzionale per governare la Ue con efficacia.